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MUSICA, BALLO E DIDATTICA
(a cura di Rosario Rosito)

Quale può essere l’importanza di un’adeguata conoscenza della musica per un ballerino che vuole ben interpretare la danza?

Per essere artisti non è "necessario" alcunché, ci vuole il talento. Ed il talento non si compra e non s’insegna, al massimo si stimola e si disciplina con la tecnica (per quello che è possibile). Il discorso è sostanzialmente diverso quando l'artista si propone come insegnante: non si può insegnare solo con le emozioni, ci vuole un buon metodo, ci vogliono cultura e capacità comunicative, insomma la saggezza deve affiancare l'esperienza.
Restando nell’ambito più ristretto della domanda, la frase chiave è "una adeguata conoscenza della musica". Provando a chiedere in giro, tra i colleghi maestri, cosa dovrebbe essere un'adeguata conoscenza della musica, si ricevono mille risposte diverse. La cultura, in qualunque campo, non si improvvisa; non può essere altro che il risultato di una economia cognitiva che solo l'amore può ingenerare nell'essere umano. Oggi, più che in altre epoche, c'è grande amore per "i vantaggi" che la propria professione può dare, piuttosto che per la professione stessa. E' la cultura dell'apparire, non dell'essere; anzi più che una cultura è un'ideologia. Funesta, aggiungerei.
Da quando è scomparso il pianoforte dalle scuole di ballo il rapporto tra maestro di musica e maestro di ballo è diventato sempre più conflittuale. È sconcertante la superficialità con la quale i due mondi si “ignorano”. Non è meno preoccupante, per le generazioni presenti e future, l’impostazione di un gran numero di scuole private di musica. Non sono in grado di fare una disamina della ragioni profonde che orientano le scelte didattiche, di impostazione e di offerta formativa, delle scuole, in specie quelle di ballo e di musica, verso un “tradimento” così sbracato delle ragioni dell’Arte, verso una considerazione così poco etica degli allievi, ormai definiti da tutti “utenti”, o peggio ancora “clienti”. Certo è che una tale tendenza ha a che fare con le cosiddette “leggi di mercato”, in altri ambiti definite “audience”, o “indici di gradimento”. In altri termini è scemato il rigore artistico, il senso del sacrificio come presupposto essenziale per formare dei buoni allievi; si da al “cliente” quello che vuole, che talvolta è quello che “crede” di volere, suggestionato dai messaggi dei media, snaturando l’etimologia stessa della parola “scuola”.
La musica è qualcosa di innato in ognuno di noi, un patrimonio culturale fruibile da tutti e nient'affatto oscuro e misterioso; apprenderne il linguaggio è un diritto, ma anche un dovere che abbiamo innanzitutto verso noi stessi. Probabilmente è dieci volte più difficile imparare una seconda lingua (ad esempio l'Inglese) anzichè la musica. Ovviamente è anche, e forse soprattutto, una questione didattica: tutto diventa difficile se l'insegnante non ha metodo.
Concluderei con questa massima: per ballare sono senz'altro sufficienti tecnica, ritmo e fantasia, soprattutto se conditi col dolce sapore del talento naturale; per insegnare no.
Rosario Rosito


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